venerdì 5 settembre 2008

Morte cerebrale

Ultime dal Vaticano: la morte cerebrale non va più bene per stabilire la morte dell'individuo.

A riprova, il giornalista che ha scritto l'articolo inerente sull'Osservatore Romano è la dimostrazione vivente che un elettroencefalogramma piatto non porta alla morte.

5 commenti:

Unknown ha detto...

disinformazione in piena regola: l'affermazione, della cui maternità si addebita il vaticano, è assolutamente ed unicamente quella della giornalista autrice.
il vaticano ha confermato appena dopo l'uscita dell'articolo stesso(alcuni giorni fa quindi) la sua differente visione in materia, esprimendosi esplicitamente contro alle posizioni personali della giornalista.

Mario Minaccia ha detto...

mi trovo d'accordo con la paternità dell'affermazione; resta il fatto che trovo il commento più diretto e divertente così!
:-P

UM ha detto...

Sarà, ma non credo che il problema stia nella paternità della frase. Sarebbe un po' riduttivo pensare ai reverendi padri (si perdoni il bisticcio) dell'osservatore romano che scrivono,o ospitano, un articolo e poi scaricano l'autore un po' come farebbe la sala stampa di un qualsiasi "ministero alle frattocchie..."

Io me ne frego di chi è il trafiletto e di chi stavolta, come su sul dire, l'ha fatta fuori dal vaso...il vaticano è responsabile di aver aizzato per decenni un'isteria sanfedista sulle questioni più delicati e sofferenti che si possano dover affrontare. Ragioni mettiamone due, per brevità. Impotenza, checché se ne dica la religione non si avvicina neppure alle domande dell'uomo moderno e quindi solleva il polverone sbraitando le proprie certezze di fronte ad ogni titubanza. Due, beh la religione esiste per dare un senso ed un limite alla morte. Marcano l'ultima trincea.

direi che ho già scritto abbastanza, saluti!

Unknown ha detto...

Purtroppo o per fortuna siamo nel 2008, il che rende necessario, ai fini di un semplice dialogo, il tener conto della temporalità delle idee: già un certo numero di pensatori, da dostoevskij a maritain, hanno risposto alla seconda delle tue osservazioni, quindi mi limito a non commentarla per motivi cronologici, vorrei quasi dire secolari...
La prima osservazione che fai delinea inceve come sia difficile conoscere il mondo appena al di fuori del proprio cortiletto: probabilmente conosci ciò che più da vicino ti interessa, ma ignori del tutto quel mondo dell'emarginazione sociale (e a volte razziale) nel quale invece la chiesa (purtroppo e forse colpevolmente solo in parte) si impegna: accoglienza degli immigrati (un solo nome: padre Sigurani), carceri, zone disagiate, lotta alla criminalità organizzata,.....

Lontani da quali domande quindi?
Quelle contingenti no di sicuro, quelle filosofiche beh, basta documentarsi un po' per capirne la vicinanza.

con deferenza, saluti

UM ha detto...

Mi rendo conto di averla messa un po' semplicisticamente ma anche quello che scrivi tu è assai opinabile.

Mi stai dicendo che nella chiesa ci sono persone che dedicano la loro vita alle cause più disperate, che solo la loro vocazione religiosa gli concede la forza di stare in situazioni talmente difficili dove io te non resisteremmo più di qualche giorno? (In realtà queste persone non sono lì per fare la carità ma per fare apostolato: come diceva don Milani a loro non interessa che i poveri stiano meglio, ma che si avvicinino al regno di Dio. Le due cose come spiega la dottrina cattolica, aimeh, non vanno di conseguenza.)


Ma lasciamo perdere la dottrina… Io, un po' per circostanze e un po' per curiosità, conosco abbastanza la Chiesa: tra le tante cose durante il liceo (cattolico-stakanovista) mi proposero di fare volontariato e io accettai. Non era il rotary e neppure la compagnia delle opere, una piccola associazione (una stanzina!) salesiana nella periferia nord ovest di Torino, zona di immigrazione siciliana, ora magrebina. L’inverno facevamo il doposcuola gratuito aiutando i ragazzini del quartiere almeno a risolvere una potenza, e d’estate cercavamo di tenerteli fuori dalla strada tenendoli occupati. A parte le prime volte che mi rincorsero per fare a botte, dopo quattro anni eravamo entrati nella vita del quartiere. Non era una situazione di emarginazione razziale ma qualcuno dei loro genitori in galera ci era stato, e si sentiva quando il figlio tornava la mattina facendosela nei pantaloni perché i suoi genitori se le erano date la sera prima. Un mese e mezzo l’anno per 4 anni, e li portavamo perfino a messa ogni tanto.

La settimana scorsa uno di questi ragazzini che ormai avranno 15 anni mi ha scritto una mail! Nonostante ore di doposcuola ovviamente non ha finito il liceo, da che mi ricordo la sua non è propriamente una Famiglia Naturale Fondata sul Frollino, e ora lavora come aiuto meccanico sperando di non dover tornare in Puglia.

Non so quali siano le sue opinioni religiose, penso che non se ne curi molto e Dostoevskij non l’ha mai sentito nominare… L’ultima volta che ci siamo visti aveva 14 anni, ora ne ha 19. La discussione cadrà sugli atri ragazzi del quartiere ma non penso avrà voglia di raccontarmi la storia di tutti e quando io gli spiegherò cosa faccio temo che l’unica cosa che capirà chiaramente sarà la distanza tra noi, e non se è meglio studiare a Cambridge o alla LSE.
A 17 anni ero un po’ sciocco, pensavo che correggergli compiti sarebbe bastato far loro simili a noi. Ancora adesso mentirei se non dicessi che si, mi spiace che Leonardo sia di nuovo a Trofarello a pulire un’officina ma ho imparato almeno a non giudicare, e a non credermi un modello per l’umanità.

La storia è breve e di scarso significato ma quello che non riesco a spiegarmi è perché quando ci rivedremo dovrei mettermi a parlare delle della famiglia “cellula primordiale della società”, dei matrimoni omosessuali, dirgli come deve vivere o morire, invitarlo a leggere l’avvenire e apprezzare la scalata al potere della gerarchia ecclesiastica.
La fanno per il suo bene, si capisce.